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JO NESBØ: Il signore del Noir

di Nicoletta Viganò
foto Thron Ullberg, Francesco Corbetta, Moris Puccio – Noir in Festival

Harry Hole tornerà. L’ha confermato Jo Nesbø, la mattina dell’8 dicembre scorso a Milano, dove ha incontrato la stampa prima di spostarsi a Como, ospite d’onore del Noir In Festival che, in serata, lo ha premiato, sul palco del Teatro Sociale, con il Raymond Chandler Award 2018. Ma già nel pomeriggio, lo scrittore norvegese, tra i più noti e apprezzati autori di noir al mondo, osannato da critica e lettori, aveva calcato il palcoscenico del teatro cittadino per una lunga chiacchierata con il collega Carlo Lucarelli, altro prestigioso ospite del festival, che ha presentato il suo ultimo romanzo “Peccato mortale – Un’indagine del commissario De Luca”. Jo Nesbø ha interagito con il collega (e coetaneo) Lucarelli dialogando del suo essere scrittore, soffermandosi in modo particolare sugli ultimi due romanzi: “Sete” pubblicato l’anno scorso e il recente “Macbeth”, un libro che interrompe – a quanto pare solo per poco – la saga dedicata a Harry Hole, il poliziotto rude, alcolizzato e occasionalmente drogato, dai metodi poco ortodossi, protagonista di undici, fortunati romanzi che lo hanno reso famoso in tutto il mondo. “E’ sostanzialmente una riscrittura della tragedia shakespeariana – ha spiegato Nesbø -. Ne ho buttato via le parole, perché le mie non sarebbero mai state all’altezza, ma sono rimasto fedele all’intreccio, alla struttura dell’opera, atto per atto, scena per scena. Ma mentre Macbeth è probabilmente l’opera più corta di Shakespeare, a me ci sono volute 600 pagine per raccontare la mia storia, che ho ambientato negli anni Settanta. Non ho studiato letteratura, le mie ispirazioni sono sempre state molteplici, provengono anche dal cinema e dalla musica. Fino a ora, Shakespeare per me era stata un’influenza pervasiva ma di seconda mano. Nel senso che ha contaminato talmente tanti scrittori dei quali mi sono nutrito da diventare fonte di ispirazione indiretta. Già nei romanzi che hanno come protagonista Hole”, a proposito di uno dei temi di fondo ricorrenti nei suoi romanzi, il male, Nesbø confessa: “Il male mi fa paura, ma non credo che gli scrittori di narrativa siano qualificati per stabilire cosa sia il male. E’ male non vedere la tragedia dei rifugiati che vagano per il mondo? E’ questo il male? E’ male preoccuparsi solo di se stessi? E’ questo il male? Sono stato in un campo profughi in Congo per qualche tempo e ricordo nitidamente la storia di questo padre con sette figli che ritornò al villaggio con un bambino raccolto dal greto di un fiume, senza più nessuno, abbandonato al suo destino. L’ha portato nella sua famiglia, dove c’erano già tante bocche da sfamare, creando una situazione di disagio ancora più dirompente. Per qualcuno anche questo potrebbe essere il male. Ma il male non è necessariamente una condizione attiva, può essere anche una condizione passiva. Il male è assenza di umanità, il male è come il freddo. E’ l’assenza di qualcosa, l’assenza del bene. Nei miei libri il male lo racconto, anche se tengo a precisare che ci sono molte più persone uccise e mutilate nei romanzi degli scrittori scandinavi di quanti ce ne siano effettivamente stati negli ultimi cinquant’anni nell’intera regione. Perché va raccontato, anche se poi diventa espediente letterario. Come nell’ultimo romanzo, i cui temi fondamentali sono tre: droga, criminalità e corruzione. L’ultima è la più devastante, è come una malattia, come un cancro che si diffonde in tutto il corpo, diventa un tutt’uno con la società. Sconfiggerla è difficile, ma si può”. Quanto al premio Chandler alla carriera, “non mi piace dover fare un bilancio ora, guardarmi indietro – ha precisato – preferisco andare avanti, ho tante cose ancora da fare. Arrivando in Italia, su un volo piuttosto turbolento da Francoforte, mia figlia mi ha chiesto se avessi paura. Di morire no, le ho risposto. Ma di non poter scrivere i prossimi dieci romanzi sì”.

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